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Dayal Dayal
Lazio, bassano romano
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Crescita Personale
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Crescita Personale

Dayal

La figura di Dayal si distingue per un lungo e profondo percorso spirituale cominciato in giovane età, quando, ancora diciannovenne, ha lasciato la sua famiglia in Argentina per farsi monaco e trasferirsi dall’altra parte del mondo.

Già adolescente, Dayal cercava delle risposte. Era circondato da persone i cui occhi gli apparivano assenti, spenti. Ciò lo portava a domandarsi quale fosse il senso della vita e se il diventare adulto conducesse inevitabilmente a questo risultato. Cercava così il vero significato dell’esistenza e la conoscenza più profonda.

All’inizio, tali risposte le cercò viaggiando e visitando i paesi dell’America del Sud. Andò in Venezuela, dove si imbatté nei seguaci di Georges Ivanovič Gurdjieff, un filosofo-mistico armeno vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, la cui visione ebbe grande risonanza. Questi parlava di sviluppo della coscienza ed evoluzione interiore dell’essere umano.

Tali insegnamenti ebbero un primo grande impatto sulla formazione di Dayal. Dopo aver seguito per un anno i seguaci di Gurdjieff, ritornò in patria, dove ebbe un nuovo richiamo a partire, quello definitivo. In compagnia di un amico, con spirito goliardico e voglia di divertirsi, come si confà a un ragazzo di quell’età, si diresse a Rio de Janeiro mentre impazzava il carnevale. Come lui stesso racconta ironicamente: «Raggiunsi la città nel periodo più spirituale dell’anno!»

Durante quel periodo di festa e di divertimenti sfrenati fecero visita al Pan di Zucchero, dove incontrarono due ragazze intente a promuovere un evento che si sarebbe svolto la settimana successiva a San Paolo. Erano infatti in arrivo degli yogi dall’India per un congresso di yoga e meditazione. In quella circostanza, Dayal udì, forse per la prima volta, la parola che lo avrebbe “catturato” per gli anni a venire: yogi. Fu un’attrazione immediata e fatale. Si disse: «Ho quasi vent’anni e non voglio perdere neanche un minuto della mia vita, voglio conoscere questi yogi indiani!»

In quella conferenza a San Paolo conobbe, dunque, i sannyasin, ovvero i monaci che votano interamente la loro vita alla realizzazione del Sé e al loro Maestro spirituale.

All’evento parteciparono più di trecento persone, desiderose di apprendere la meditazione, al fine di apportare cambiamenti positivi alla propria vita. Il carisma dei monaci era eccezionale. Dayal si rese subito conto di come le persone restavano in loro ascolto come ipnotizzate. Erano totalmente affascinate dal modo in cui parlavano, dai loro movimenti e gestualità, ma, soprattutto, dalla luce che fiammeggiava nei loro occhi, ardenti di vitalità e passione. Il giovane Dayal trovò quello che stava cercando ed esclamò: «Anch’io voglio quella luce negli occhi; anch’io voglio essere come loro e cambiare la vita delle persone!»

In quel momento, non sapeva ancora niente sull’energia, sull’aura o su altre tematiche spirituali. Ci vollero anni di esercizio, tra meditazione, asana di yoga e pratiche di purificazione del corpo, perché il suo bagaglio di conoscenze fosse completo e fruttifero. Tuttavia, l’esperienza maggiormente impattante fu senz’altro il contatto diretto con i monaci, i quali furono i suoi primi maestri. Per Dayal questo approccio al mondo della spiritualità fu talmente coinvolgente da trasformarsi quasi subito in una vera e propria scelta di vita.

Il percorso per diventare monaco aveva la durata di un anno, da trascorrere lontano dagli affetti, e si svolgeva nel freddo della Svezia, territorio assai lontano, sia geograficamente che climaticamente, dalla mite Buenos Aires. Lì la vita era semplice e rivolta esclusivamente a sviluppare il proprio potenziale energetico. Si era privati di ogni comfort: la sveglia era alle quattro del mattino, seguita da una doccia fredda, mentre le sessioni di meditazione e lo studio costituivano la maggior parte delle giornate.

Meditando così intensamente, cominciò a sviluppare una profonda introspezione. Non era più attratto dalle esperienze esteriori e non si sentiva più influenzato dai giudizi altrui, ma aveva imparato a dirigere tutto il suo impegno nel controllare la propria mente e osservare i propri pensieri per diventare consapevole e padrone del suo Essere. Con questa consapevolezza, qualsiasi compito svolgesse, financo i più semplici e abitudinari, venivano svolti nella pienezza della “presenza”, ponendo fine al tipico vagabondare della mente da un pensiero all’altro. Nel suo percorso di crescita spirituale raggiunse la massima carica: quella di Avadhuta che, tradotto dal sanscrito, significa “totalmente puro nel corpo e nello spirito”. Gli Avadhuta erano iniziati dal Maestro Shrii Shrii Anandamurti in persona, che in tale occasione insegnava loro una tecnica di meditazione molto potente.

Nonostante questo duro percorso e gli elevati traguardi raggiunti, Dayal trasmette un grande insegnamento a tutti noi, perché, con profondo senso di umiltà, rifiuta il titolo di “Maestro spirituale”.

La meditazione può contribuire ad alleviare la sofferenza, migliorare la centratura e promuovere una maggiore connessione con sé stessi, risultando una pratica accessibile a tutti. Numerosi studi scientifici hanno ormai confermato i benefici psicofisici della meditazione, evidenziando il suo impatto positivo sulla gestione dello stress, sull’equilibrio emotivo e sulla salute mentale. È noto, inoltre, che alcune malattie psicosomatiche possono derivare da traumi emotivi non elaborati, che lasciano segni profondi nella psiche; in questo contesto, la meditazione può supportare i processi di guarigione e rielaborazione emotiva.

Dayal ha vissuto in tutto il mondo e, dagli anni ’90, in Italia. Attualmente, la sua comunità di meditatori più numerosa si trova in Piemonte. Dal 2023 vive a Bassano Romano, in provincia di Viterbo, dove anima e dirige un ashram, il Dayal Meditation Centre, immerso nel silenzio dalla campagna della Tuscia

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